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Arte e Cinema
(in terza persona)
Fabio Mauri non ha mai girato un colpo di manovella. Non ha mai tentato e desiderato di fare un film. Dal 1957 ha usato la "pellicola" e la riflessione del "raggio di luce" dotato di una “trama di pensiero”, portatore di una esperienza o di una moralita', del e sul mondo. Negli anni il cinema e' divenuto segno di una liturgia del giudizio, che Mauri segnala con gli 'Schermi' del 1957.
Unendosi ad oggetti (50 litri di latte, la bilancia, un ventilatore) ed in fine ‘proiettando’ direttamente su un'opera gia' conclusa, Mauri conferma un modo inedito di scoprire la disponibilita' al senso e la proliferazione del linguaggio attraverso la luce animata di un film, su una forma stabile delle cose, arte compresa, dato formalmente nuovo.
Emerge la dinamica dell’ immagine. La proiezione anima in senso proprietario le foto, svelando una vita in sostanza multipla del significato. Invade le postazioni della percezione in un mondo tendenzialmente simbolico e curiosamente incompleto, da vivere senz’altro, prima ancora d’essere rivelato o scoperto.
Mauri sottolinea la “plasticita' cinetica” su le proiezioni del "Vangelo secondo Matteo di/su Pier Paolo Pasolini", Museo di Bologna (1975), o "I disperati di Sandor" su Miklos Jancso' (anche nel 1975, Roma, Galleria Cannaviello), o piu' di recente su una scansia di ferro, "Rebibbia 1 e 2", vecchio carcere di Roma, della proiezione di "Ballata di un soldato" di Ciukhrai. E' della mostra al Museo di Bergamo "Il futuro del Futurismo", la proiezione su opere concluse di brevi film familiari: un viaggio ripreso da un filmaker dilettante, suo zio, in un'Europa elegante e alto borghese, prima della catastrofe sanguinaria della guerra.
L’autore recupera nei films una memoria di un reale da poco trascorso, si unisce alla plasticita' oggettiva del mondo e vi opera sconvolgendo fruttuosamente la vocazione di stabilita' dell'opera.
Mauri ne interpreta le componenti, cineticamente, come dal vivo, rivelando di nuovo la natura linguistica e dinamica del mondo e della mente.
Senza cinema, sembra concludere Mauri, non c'e' mondo, non piu'.
E’ un’acquisizione morale, un reale ausilio cognitivo, che tiene conto della cinematica perpetua dell’universo dell’uomo.
Forse l’universo e' un film non del tutto girato.
30-10-2007 (Fabio Mauri)
Fabio Mauri nasce a Roma, studia a Milano e Bologna. Nel 1956 torna a Roma per qualche giorno. Vi resta 50 anni. Inizia l'attività espositiva a Venezia, alla Galleria Il Cavallino, e a Milano alla Galleria Apollinaire. Partecipa alla Biennale del 1954, 1974, 1978, 1993 e 2003. Dopo 10 anni di avanguardia linguistica, negli anni settanta Mauri concentra l'attenzione sulle componenti ideologiche del linguaggio. 'Ebrea' è del 1971, così (la grande performance) 'Che cosa è il fascismo', che esordisce a Roma e riprendera' a Venezia nel 1974, a New York nel 1979 e a Klagenfurt nel 1997. Invitato per una retrospettiva alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nel 1994, nel 1997 ha una seconda retrospettiva alla Kunsthalle di Klagenfurt, e una terza nel 2003 a Le Fresnoy, Lille. Di Mauri si possono enumerare numerosi temi, formalizzati come opere: lo Schermo, i Prototipi, le Proiezioni, la Fotografia come Œpittura, l'Identita' sostanziale delle Strutture Espressive, il rapporto indelebile tra Pensiero e Mondo, tra pensiero in quanto mondo. L'opera di Mauri e' complessa come un saggio, cosi' la sua biografia, unitaria nello svolgimento, e molteplice nell'attenzione al mondo contemporaneo. Un'analisi convissuta tra destino individuale e storia. Scrive Mauri: 'Nessun segno particolare di cultura e' fuori da un testo generale storico, e nessun testo generale storico o interpretazione di mondo e' fuori dall'enigma più generale dell'universo'.

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