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Starting with chairs 


Francesca di Nardo: Ciao Stefano, desidererei innanzitutto che mi parlassi del tuo progetto.

Stefano Romano: Il progetto si chiama spostamenti numero uno, numero uno perché è una serie di lavori che voglio fare su questo concetto, ogni volta in una situazione specifica diversa: pensare cosa si possa spostare in quella situazione per cambiare il senso, portare l’attenzione su qualcosa d’altro. Questo in particolare si chiama 'Starting with chairs', perché ha in se questa idea di giocare con l’associazione Start. Ho scelto il circuito Start perché...è stato quasi un favore che mi hanno fatto i galleristi perché altrimenti avrei dovuto fare una scelta dando un giudizio di valore: questa galleria si perché la ritengo una buona galleria e questa no...Invece hanno creato da soli questo circuito dove ci sono trentotto gallerie di cui io non discuto il valore, lo prendo così com’è. Quando mi hanno proposto questa possibilità di questa mostra, ho pensato di usare lo spazio espositivo non per mostrare un mio lavoro, ma di usare lo spazio mostra per discutere di quello che è il sistema dell’arte italiano, e quindi coinvolgere le tre figure del sistema, che sono l’artista, le gallerie ed il critico. Il tutto in maniera ironica, per cui l’idea di spostamento sta in questo spostamento fisico delle sedie. Quindi vado nelle gallerie del circuito Start, da tutte quelle che hanno deciso di partecipare, prendo la sedia del gallerista e la porto fisicamente nello spazio della Triennale, invitando poi il gallerista a venire all’inaugurazione, in cui Roberto Pinto tiene una conferenza partendo dai miei lavori e soffermandosi su questo: sull’idea di sedia come metafora della poltrona, metafora del potere e del sistema dell’arte
Mi sono divertito, perché c’è quest’idea del giovane artista che è molto importante.

FdN: Infatti ti volevo proprio chiedere secondo te chi è, che cos’è il giovane artista?

SR: Il giovane artista...mi sono divertito molto a pensarci. Normalmente dovrebbe essere una categoria forse dell’età, uno è una giovane persona per cui è anche un giovane artista, poi a un certo punto matura...invece è proprio più una categoria politica, nel senso che tu rimani un giovane artista fino ad un momento preciso che magari coincide col momento in cui qualcuno decide che è arrivato il momento in cui deve vendere i tuoi pezzi.

FdN: E questo qualcuno è il gallerista...che vuole vendere...

SR: Si questo qualcuno è il gallerista. Quindi a un certo punto vuole vendere, si interessa al tuo lavoro e quindi ti chiede di lavorare con lui e ti promuove. E promuovendo il tuo lavoro, automaticamente ti promuove ad un rango superiore a quello del giovane artista, magari ti chiamano ancora giovane artista, ma concettualmente è diverso. Io per esempio non ho una galleria, vengo considerato un giovane artista, ma diverso da tanti altri miei coetanei che sono giovani artisti ma lavorano con le gallerie. E’ politicamente diverso.

FdN: E in tutto questo qual’è il ruolo del critico o del curatore, perché anche lui crea il personaggio giovane artista o comunque all’interno del sistema avvalla o meno il ruolo...

SR: E’ tutto una riflessione su questo un gioco di ‘ruoli’ come lo hai definito anche tu questo gioco. In questo progetto ognuno gioca il suo, io faccio il giovane artista che deve farsi vedere deve farsi conoscere, i galleristi fanno i galleristi che vengono, in questo caso forse costretti dalla performance, a sentir parlare del mio lavoro, e il critico sostiene il mio lavoro. In questo caso ho scelto Roberto Pinto perché, a parte il fatto che ho già lavorato diverse volte con lui, è un critico che lavora spesso con giovani artisti ed ha un ruolo fondamentale perché in effetti è quello che spiega un po’ il lavoro del giovane artista al gallerista.

FdN: Il gallerista ha sempre comunque bisogno, anche se non lo ammetterebbe, del critico come sostegno?

SR: Secondo me si, perché il critico è fondamentale per un giovane artista all’inizio per farsi conoscere appunto sotto il profilo critico, ed è fondamentale per i galleristi per orientarsi, forse, all’interno delle nuove proposte.

FdN: Una curiosità più legata all’aspetto anche performativo del tuo progetto, tu hai deciso di trascinare appunto queste sedie, invitando trentotto gallerie a partecipare. Secondo te i galleristi hanno deciso di partecipare: perché sei un giovane artista brillante? Perché c’è un brillante critico come Roberto Pinto? O perché sono loro i protagonisti della performance? Visto che si da magari per scontato che fino ad adesso non tutti questi galleristi ti abbiano dato ascolto...

SR: Si infatti. Facendo questo progetto si sono verificate diverse situazioni e continuano a svilupparsi diverse situazioni, nel senso che c’è il gallerista che ha deciso di non partecipare e non ha dato la sua sedia, quello che ha deciso di partecipare dando la sua sedia, quelli che verranno all’evento e quelli che non verranno all’evento e quelli che manderanno qualcuno della galleria all’evento. Io credo che i galleristi decideranno di partecipare soprattutto perché si parla di loro.

FdN: E’ quindi il narcisismo li spinge a partecipare...

SR: Si, perché credo che i galleristi siano un po’ come gli artisti, abbiamo questo ego che in qualche modo deve essere soddisfatto...e quindi credo che parteciperanno, perlomeno la maggior parte di loro, per questo motivo.

FdN: I tuoi rapporti con loro sono cambiati, hai già notato dei cambiamenti?

SR: Ho avuto qualche proposta da qualche galleria, visto che ci siamo conosciuti per questa occasione mi hanno chiesto di vedere i miei lavori, però non credo che cambierà niente.

FdN: Questa tua operazione sottolinea come in effetti per un giovane artista per farsi conoscere debba operare ‘di peso’ nei confronti del gallerista.

SR: Si, in qualche modo si. Il punto del lavoro è proprio questo, mi sono chiesto quale sia la differenza tra Lia Rumma e una galleria sul naviglio...perché tutte e due vogliono vendere, tutte e due hanno lì qualcosa che deve essere venduto, però se le gallerie d’arte contemporanea non sperimentano, se non fanno sperimentazione qual’è il loro ruolo? Solo quello di vendere qualcosa che qualcun’altro ha già decretato essere opera d’arte? Mi sembra che manchi un pezzo.
Per cui questo era l’intento del lavoro, metterli di fronte a se stessi
E forse si qualcosa è cambiato, speriamo almeno.





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