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Se la Pittura gode di una grande attenzione, in quanto arte d’immagini nella civiltà delle immagini, non altrettanto si può dire della Scultura, che a partire dal secolo scorso, in quell’epoca chiamata da Walter Benjamin dell’arte della riproducibilità tecnica, ha maturato una posizione che potremmo definire di inattualità. Non è un caso che Arturo Martini, tra i grandi scultori del Novecento parlò di “Scultura lingua morta”. Tuttavia, quello della morte della scultura si inserisce in un dibattito ancora più ampio: quello della “Morte dell’Arte”, hegelianamente votato allo scivolamento del mondo nella secolarizzazione mondana. Per ciò le vie a cui si avviava la scultura fatta soprattutto di forme, volumi, plastica, spazio e non di immagini ha visto cercare nuove soluzioni in ve contrapposte nel Nuovo Mondo Moderno: quello della sua dissoluzione dalla tradizione e quello della sua ricomposizione con essa. Infatti, c’è chi ha preso sicuramente in considerazione la seconda via nella consapevolezza che “Arte torna Arte”, Fabro. Questa ricerca centrale nel dibattito artistico si inserisce con pieno diritto di teoria e pratica nell’opera di Luciano Fabro, che discuterà con Daniel Soutif questioni vecchie e nuove legate alla Scultura, tenendo, però, sempre presente che qualunque discussione di Tecnica è anche un parlare aperto dell’Arte.
Giacinto Di Pietrantonio
Daniel Soutif nasce il 19 agosto 1946 a Parigi.
Nel 1970 si laurea in filosofia.
Dal 1972 al 1993 è professore di filosofia al liceo Mansart di St. Cyr.
Dal 1973 collabora regolarmente con Jazz Magazine.
Dal 1981 al 1994 lavora come critico d’arte a Liberation.
Dal 1984 al 1988 è produttore della trasmissione settimanale Parigi espresso per Radio Tre (RAI). Collabora regolarmente con Artforum (New York).
Da ottobre 1990 a marzo 1994 è capo redattore di Cahiers du musée national d’art modern.
Da marzo 1993 a gennaio 2001 è direttore del Dipartimento di sviluppo culturale del Centre national d’art et de culture Georges Pompidou.
Da gennaio 2003 a dicembre 2006 è direttore del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci a prato (principali mostre: Wim Delvoye Fabbrica, 2003 – 2004, Domenico Gnoli – Francesco Lo Savio, hiver 2004, Massimo Vitali, 2004, Bertrand Lavier, 2003 – 2004, Robert Morris, 2005)
Curatore delle mostre: Le Temps, vite ! (Parigi, Centre Pompidou, 11 gennaio-17 aprile 2000), Tempo ! (Roma, Palazzo delle Esposizioni, 28 luglio-23 ottobre 2000), Art i Temps (Barcellona, Centre de Cultura Contemporània, 29 novembre 2000-25 febbraio2001) Continuità. Arte in Toscana 1969-1989 (Pistoia, Palazzo Fabroni, 23 febbraio-9 giugno 2002).
Co - curatore della mostra La Force de l'art (Parigi, Grand Palais, 9 maggio-25 giugno 2006) .
Organizzatore delle conferenze Nelson Goodman et les langages de l'art (Parigi, Centre national d'art et de culture Georges Pompidou, 1991) et Clement Greenberg (Parigi, Centre national d'art et de culture Georges Pompidou, 1993).
Autore dei Papiers journal. Chroniques d'art 1982-1992 (Nîmes, Jacqueline Chambon, 1994) e di Voyages immobiles (Nantes, Le Passeur, 1994).
Direttore dell’opera L'Art du XXe siècle 1939-2002. De l'art moderne à l'art contemporain, Paris, Citadelles & Mazenod, 2005.
Luciano Fabro è nato a Torino nel 1936. Fin dalle opere dei primi anni ’60 avviò una riflessione sul concetto di spazio e sulla sua fruizione. Alcune di esse, realizzate in vetro, mettevano a confronto le opposte funzioni della trasparenza e della specularità; altre, in tubolari di ferro, erano strutture fortemente condizionanti la percezione dello spazio in cui erano accolte. Lavori come In cubo, alla metà del decennio, arrivarono a coinvolgere direttamente lo spettatore. Dopo le opere dette “tautologiche” per la pura indicazione spaziale che fornivano (Concetto spaziale, 1967), Fabro realizzò operazioni di ribaltamento della funzione simbolica comunemente accettata di forme note, come nell’Italia realizzata in vari materiali e collocata nello spazio in modi inconsueti e spiazzanti. Negli anni ’70 si collocano opere incentrate sulle specificità linguistiche della scultura, con l’utilizzo di materiali come il marmo o il bronzo accanto a vetro, tela, seta. La dimensione ambientale assume notevole importanza nei lavori successivi (Habitat), accanto alla riflessione sulla prospettiva classica, evidenziata e insieme messa in discussione in lavori come Paolo Uccello 1450-1989, al Castello di Rivoli (1989). Negli anni ’90 ha realizzato alcune opere pubbliche tra le quali a Basilea Giardino all’Italiana, sull’iconografia urbana e ha esposto in musei di grande prestigio internazionale (San Francisco Museum of Modern Art nel 1992; Centre Pompidou nel 1996; Tate Gallery nel 1997).

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